In Breve
- Qual è l'impatto previsto dell'Ets sul settore chimico?
- Il costo dell'Ets potrebbe salire a 1,5 miliardi di euro all'anno, erodendo gli investimenti.
- Quali sono le priorità di investimento delle aziende chimiche?
- Le priorità includono digitalizzazione, efficienza operativa e ricerca e innovazione.
- Qual è la previsione per la produzione chimica italiana nel 2026?
- Si prevede una contrazione del 3% della produzione chimica italiana.
Il settore chimico europeo si trova di fronte a una sfida significativa con l’aumento previsto dei costi legati all’Emissions Trading System (Ets). Attualmente, il costo per le imprese del settore è di circa 600 milioni di euro, ma si stima che possa salire fino a 1,5 miliardi di euro all’anno. Questa crescita dei costi rappresenta una seria minaccia per gli investimenti nel settore, che potrebbero subire un significativo ridimensionamento.
Accanto all’Ets, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) si applica principalmente a materie prime e prodotti ad alta intensità di carbonio, ma non è ancora stato implementato in modo generalizzato per i prodotti finiti. La complessità di questo meccanismo e le incertezze sulla sua efficacia sollevano ulteriori preoccupazioni, soprattutto in vista di un’accelerazione del phase out delle quote gratuite.
Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, ha evidenziato le asimmetrie che caratterizzano il contesto normativo, energetico e fiscale per le imprese italiane rispetto ai concorrenti. Buzzella ha identificato tre aree critiche che necessitano di attenzione: la revisione dell’Ets, una politica energetica orientata alla sicurezza e diversificazione, e una strategia industriale per la decarbonizzazione.
Secondo Federchimica, l’Ets attualmente pesa per 600 milioni di euro, un importo equivalente all’intera spesa in ricerca e sviluppo del settore. Un ulteriore aumento dei costi potrebbe costringere molte aziende a ridurre gli investimenti o a delocalizzare la produzione.
Uno studio commissionato da Cefic a Roland Berger ha rivelato che tra il 2022 e il 2025, la chiusura di impianti ha portato a una riduzione del 9% della produzione chimica europea, con un calo degli investimenti nel settore pari al 90%. Un’indagine su 100 aziende associate ha mostrato che il 27% prevede di ridurre gli investimenti, mentre il 31% non prevede variazioni e il 23% intende aumentarli. Le priorità di investimento si concentrano su digitalizzazione, efficienza operativa e innovazione.
In Italia, il settore chimico ha già registrato una perdita del 13% della produzione rispetto al 2021, e la capacità produttiva è diminuita drasticamente, con una riduzione di 37 milioni di tonnellate, pari al 9% della capacità europea. Le previsioni indicano una contrazione della produzione chimica italiana nel 2026, con un lieve recupero nel 2027.
Tra i rischi segnalati dalle imprese, il 51% indica la crescente concorrenza cinese, il 43% menziona i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, mentre il 42% fa riferimento agli oneri delle politiche europee su sicurezza, salute e ambiente. Inoltre, il 30% delle aziende evidenzia le penalizzazioni legate al Sistema Italia, tra cui inefficienze della pubblica amministrazione e problematiche fiscali.
Dal punto di vista energetico, le aziende italiane si trovano in una posizione svantaggiata, con i prezzi del gas in Europa che sono circa 3,3 volte superiori a quelli statunitensi. Questo aumento dei costi energetici rappresenta un doppio onere, influenzando sia l’approvvigionamento che i costi legati alla decarbonizzazione.
Nonostante la necessità di una transizione verso un’industria decarbonizzata, è fondamentale sviluppare strumenti che incentivino gli investimenti e rivedere meccanismi come l’Ets. È essenziale proteggere le filiere industriali per prevenire la perdita di capacità produttiva e occupazione. Il settore chimico ha già compiuto progressi significativi, riducendo le emissioni di gas serra del 70% dal 1990, ma avverte che costi e oneri eccessivi potrebbero compromettere la competitività e la sopravvivenza delle imprese.

