In Breve
- Qual è la principale questione affrontata dal CDA di Delfin?
- Il CDA di Delfin non ha approvato la lettera di patronage per sbloccare un finanziamento.
- Chi ha votato contro la lettera di patronage?
- Il CEO Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May.
- Qual è l'obiettivo della lettera di patronage?
- Consentire a Leonardo Maria Del Vecchio di acquisire quote di eredi e raggiungere una maggioranza relativa.
Il consiglio di amministrazione di Delfin ha recentemente mostrato segni di divisione, non approvando la lettera di “patronage” richiesta a favore delle banche. Questo documento era fondamentale per sbloccare un finanziamento che avrebbe consentito a Leonardo Maria Del Vecchio di acquisire le quote di almeno due eredi, permettendo così di raggiungere una maggioranza relativa all’interno della holding.
Il voto ha visto il presidente Francesco Milleri e il consigliere Mario Notari esprimere parere favorevole, mentre il CEO Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May hanno votato contro. Questa mancata approvazione ha riportato la trattativa sul futuro della holding lussemburghese in una situazione di incertezza, preannunciando una battaglia per l’assemblea dei soci fissata per il 30 giugno.
Fonti vicine al family office di Leonardo Maria Del Vecchio jr hanno espresso «delusione e perplessità» riguardo alla spaccatura del board e alla mancanza di unità all’interno della famiglia, suggerendo che «in queste condizioni difficilmente può reggere» la gestione aziendale.
La lettera di patronage, inviata da Del Vecchio al board, era intesa anche come uno strumento per «andare alla conta». Essa stabiliva le condizioni secondo cui Delfin eserciterebbe i diritti di prelazione in caso di inadempimento da parte di Leonardo Maria nei confronti delle banche. In particolare, il documento prevedeva che, qualora il prestito non venisse rimborsato, la holding acquisirebbe l’intera quota del 37,5% del capitale detenuta da Leonardo Maria, al prezzo complessivo di 10 miliardi di euro, corrispondente all’acquisto di tre quote valutate circa 3,3 miliardi ciascuna.
Inoltre, il documento indicava che l’operazione avrebbe incluso non solo le partecipazioni attribuite a Luca e Paola (valutate nel testo rispettivamente 5 miliardi ciascuna), ma anche la quota di Leonardo Maria, con l’obiettivo di evitare che, in caso di problemi, gli istituti di credito possano entrare nella holding.
Ora la decisione finale spetta all’assemblea, ma la strada verso una risoluzione si conferma in salita, con le divisioni interne al CDA che potrebbero complicare ulteriormente la situazione.

